la buji

By isabella • tadelakt, Terra Cruda • 16 gen 2014

vibrazioni materiche_acqua, terra, paglia, bambù

Una delle letture che mi ha catturata di più durate gli anni di architettura è sicuramente “Pensare Architettura” di Peter Zumthor. Nella descrizione di una casa frequentata durante la sua l’infanzia, un’immagine in particolare, è riuscita attraverso le parole, ad arrivare a me come un entità concreta che mi sembrava di toccare. Riesco a ricordare quella sensazione ancora adesso. Scrive:

(…) Ricordo il periodo della mia vita in cui vivevo l’architettura in modo spensierato. Mi sembra ancora di sentire nella mano la maniglia della porta, quella porzione di metallo, configurata come il dorso di un cucchiaio. La stringevo quando entravo nel giardino di mia zia. Ancora quella maniglia mi appare come un segno distintivo dell’accesso a un mondo di sensazioni e odori molteplici.(…)”

Ha fatto scattare qualcosa. Non era solo una descrizione attenta e accurata, era la capacità di trasmettere un sentire, mi era arrivata la piena percezione di quel luogo ed è stato come se mi fossi inoltrata in quella memoria: l’architettura era vivere lo spazio e diffondeva sapori, odori, materie… Ricevere questo mi ha permesso di afferrare qualcosa di autentico.

Mi capita spesso di riflettere sulla percezione dello spazio, sul significato di abitare.

Sempre di più avverto e noto come la figura dell’architetto non può esistere in corrispondenza di un progettare frutto solamente di un processo intellettivo. Rimprovero ad alcuni docenti, negli anni di Università, di avermi guidato alla progettazione seguendo, troppo spesso, ispirazioni tra riferimenti architettonici “troppo lontani”, facendomi così intendere l’architettura come qualcosa di staccato e lontano da me, fuori, espressa solamente nelle tavole abbellite che disegnano un progetto, senza mai attraversare lo spazio fisico di un cantiere. Probabilmente non avevo maturato in me questa necessità di “stare e lavorare dentro le cose”, ed ora, confrontando il mio sentire con le persone che incontro, emerge l’esigenza di comprendere il movimento nello spazio e per fare questo, occorre vivere i luoghi. Solo così possiamo assottigliare la distanza che esiste tra il progettista, il costruttore, il futuro abitante e l’ambiente. Solo così si crea il dialogo tra interiore ed esteriore. Tra mente e corpo, tra lo spirito e la materia.

Mi accorgo quanto forse sia facile cadere in un modo di pensare architettura limitato all’idea di una costruzione, piuttosto che a riconoscere e renderci consapevoli della vita e quindi di quei movimenti e spostamenti che si manifesteranno in un determinato luogo. Un architetto, a mio avviso, dovrebbe progettare e partecipare alla costruzione dello spazio che progetta, interrogarsi sul disegno dei movimenti proiettati dai corpi, indagare le strutture mentali presenti nel sociale, dovrebbe porsi questioni sul significato di comodità e di necessità. Oggi, gran parte di quelle che sono definite “comodità” tendono a rendere sterile il nostro movimento, limitando fantasia e immaginazione e annientano l’esercizio e la capacità di trovare soluzioni quando necessario. Penso che incarnare le comodità sia incarnare il concetto di semplicità, di verità, seguendo un approccio alla natura intima delle cose. Più emerge la semplicità, più l’abitare si modella seguendo le nostre esigenze più autentiche.

Ho avuto la possibilità di assaporare e vivere l’interno di un’abitazione tra le colline di Valle Regia, nell’entroterra Ligure. Ci ero già stata d’estate. Tornare d’inverno sarebbe stata una sorpresa.

D’estate la campagna è ravvivata dalla luce densa del sole e la terra offre frutti succosi. La casa è un piccolo punto tra il rigoglioso verde e si espande: l’interno si estende all’esterno e si perdono i limiti che definiscono l’involucro murario. D’inverno sarebbe stato tutto diverso.

Tre abitazioni raggiungibili per mezzo di un sentiero tra il verde. Un vuoto, in parte delimitato dai tre volumi, definisce e ci accoglie nella corte esterna. Guardandola e attraversandola, immagino i momenti che appartengono ad un passato nutrito da semplici scambi e condivisioni legati alla vita contadina.

Delle tre una sola è attualmente abitata. Un interno raccolto, articolato in cinque stanze. I movimenti sono intuibili dalle tracce disordinate che vivificano l’ambiente. Gli oggetti raccontano gli atti del fare. Gli intonaci, lì dove si distaccano, lasciano intravedere, come cortecce nel fusto di un albero, la pelle di vecchi strati di colore, accumulati nello scorrere del tempo.

Un territorio in cui le colline sono strette, a volte impenetrabili, ripide e vicine. A volte è difficile coglierne la profondità e capire cosa c’è sotto e cosa c’è sopra. Tra i muretti a secco dei terrazzamenti si snodano percorsi che salgono e scendono, curvano intrecciandosi ai corsi d’acqua e collegano le case nascoste tra i rilievi. Linee, sentieri che collegano le genti, che definiscono i percorsi per raggiungere un luogo, quasi fossero fili che tessono e raccontano le storie originate dagli incontri tra i passi. E all’improvviso, ogni tanto, si esce in quella striscia di asfalto che conduce giù, a Genova.

Salgo i gradini in pietra della scala esterna di una delle case “momentaneamente abbandonata”. Entro. Un vano centrale, la sala da pranzo, raccoglie tutta la luce del sud senza raggiungere il fondo, dove il buio, ne marca la profondità. Ai lati, le camere. I pavimenti offrono geometrie colorate e modulano i miei passi. Percorro i segni di memorie lontane: oggetti dimenticati, opacizzati e avvolti dalla poesia della polvere, si compenetrano alle tracce più recenti di qualche pomeriggio passato ancora a sonnecchiare durante le ore più calde dell’estate. Stanze buie emanano l’odore umido della terra su cui poggiano, altre accolgono gli attrezzi usati ancor oggi nei campi. Il tempo scorre e trasforma la densità della materia fino a frammentarla. Avvolte e sospese nel silenzio, le memorie di un passato lontano e quelle di un passato più recente si contaminano.

Ci siamo ritrovati qui tra amici, con la voglia di stare insieme e di provare a finire un piccolo progetto nato durante l’estate: una libreria, simbolo del bisogno da dedicare alla lettura, allo scrivere e al riordino delle idee. Ci siamo raccontati, ci siamo confrontati sul saper fare. Costruire insieme è condividere idee e situazioni in cui ci si re-inventa, è l’arte di dare forma, conformare e far confluire la molteplicità dei pensieri e delle idee in un unico elemento. Un’opera che origina da un progetto ideato da più persone, realizzato da mani diverse, frammentando in più momenti, il tempo da dedicarci.

La campagna è spoglia, il cielo ampio e ingrigito, il verde ritirato. La casa ci ha accolto nel calore di una cucina, cuore pulsante della casa. Fuori è freddo, piove. Nella difficoltà di vivere uno spazio stretto, infittito dai nostri movimenti, la stufa offriva gentilmente il suo calore e appagava il nostro desiderio di scaldarci. Osservando l’esterno dalla finestra appannata, mi arriva il senso di umidità che esalta l’odore di corteccia, di sotterraneo e, anche se apparentemente è tutto così fermo, in realtà sotto la terra un’infinità di capillari scorre e porta nutrimento. Sento il rumore dell’acqua che scorre ma non capisco dove passa. La cerco. Vivere uno spazio intimo, che accudisce i nostri pensieri, e protegge dal freddo il nostro corpo, circondato da una prorompente natura, delinea ancor più nettamente il contrasto tra un interno che ci fa da “culla” e la percezione di espansione che si ha percorrendo l’esterno.

La struttura della libreria è nata d’estate da una un’ intreccio in bambù. Volevamo darle consistenza con un impasto in terra-paglia. L’idea e il disegno iniziale hanno avuto diverse trasformazioni, lasciando aperta l’incognita di quale sarà il risultato, suscitando curiosità per la realtà possibile dell’oggetto e alimentando il desiderio di immaginare.

Durante la concezione di un’opera avviene l’indebolirsi del confine tra il nostro sé e il mondo. Allo stesso modo emergono i processi intellettivi di ognuno e nel momento in cui l’esperienza conoscitiva si confronta con il fare e con la materia tutto si fonde. Si creano così trame e strutture percettive di esperienza e di confronto con gli altri. Non si tratta solo di trasferire nella materia un’elaborazione estetica o il frutto di un pensiero o di una espressione emotiva, è tutto questo fuso in un immaginario che si incarna. Il gioco delle forme mira alla bellezza. La bellezza non è l’opposto del brutto, ma del falso” scrive Erich Fromm. Non è la risposta a dei canoni estetici ma un sentire autentico, che riflette il nostro desiderio di fiducia nel futuro.

Abbiamo utilizzato le terre che avevamo a disposizione, tutte provenienti dalla valle o dalle zone vicine. Terre genovesi. Un disegno che gradualmente andava emergendo applicando impasti di terra paglia e finiture di colore diverso. In alcune parti è stata rivestita con il tadelakt. In uno dei lati ho voluto provare l’imigongo, un’antica tecnica di decorazione ruandese che utilizza sterco di vitello misto a cenere. Un sapere che mi è stato gioiosamente trasferito in quei giorni da chi ha vissuto un po’ le terre africane.

La libreria dà la sensazione di un’opera scultorea, in certe sue parti sembra sia stata scolpita e ottenuta scavando. Ho la straordinaria sensazione che quel modesto ma appagante arredo abbia scavato dentro ognuno di noi, che quel gioco di pieni e vuoti si sia misurato con il gioco di un’espressione interiore invitandoci a togliere e lasciare qualcosa da noi stessi.

Grazie a Davide, Mirko, Alessandro, Giulia, Vincenzo, Luca, Stefano